15/07/17

[We talk about...free books for punx!]
"Mosca - Petuski" alias "Mosca sulla vodka"
"Oggi parliamo di capolavori. Un giorno Denis, il capitano-driver che ci ha scarrozzato in lungo e in largo nei nostri tour russi (e non solo), ci dice: "ehi, c'è questo libro, dateci un'occhiata, credo ne esista un'edizione italiana. E' il mio preferito di sempre!". Scopriamo che si tratta di un samizdat, ovvero di un libro clandestino circolato segretamente durante i decadenti anni dell'Unione Sovietica di Breznev, quando tutto andava a scatafascio e se ti permettevi di obiettare qualcosa finivi a lavorare in un gulag a 50 gradi sottozero. Un samizdat, dunque? Uh, la cosa iniziava a farsi interessante! Nonostante la sua natura underground, il libro – intitolato “Mosca-Petuski” – ebbe un grande successo durante gli anni Settanta, tanto da richiamare l'attenzione di qualche editore straniero che si prese la briga di tradurlo e di pubblicarlo: il primo fu, curiosamente, in Israele nel 1973, al quale seguì la Francia e l'Italia che nel 1977 ne cambiò il titolo nel più triviale “Mosca sulla vodka”. Il motivo per cui il racconto di cui stiamo parlando non è mai stato stampato dall'editoria sovietica ufficiale è, ovviamente, comprensibile: diciamo che non si tratta esattamente di un'apologia dell'URSS. Ma – ordunque – di che cosa parla questo libro?

Una sbronza perenne
Venedikt Erofeev (1938-1990) – questo è il nome dell'autore del libro in questione – fu uno scrittore e anche (e soprattutto) un accanito bevitore. Il racconto ha come protagonista lui stesso ed è strutturato come una sorta di flusso di coscienza in prima persona, che descrive il nostro Venja (nomignolo di Venedikt) attraversare Mosca fino alla stazione di Kursk per salire sul treno che lo porterà alla cittadina di Petuski, distante circa 150 kilometri, per incontrare la sua amata. Naturalmente però, nulla va come previsto. O meglio: Venja, oltre ad essere una persona colta e raffinata – come ben traspare dai numerosi soliloqui che compaiono nel racconto – è anche un alcolizzato senza ritorno. Non un bevitore qualunque, signori miei: un fiero e orgoglioso bevitore che fa del bere uno stile di vita, una poetica sovversiva, un modo rivoluzionario di concepire l'ebbrezza che comporta un assoluto cambio di prospettiva sull'esistente. E difatti la narrazione diventa presto il racconto onirico di una sbronza colossale. Ce la farà il nostro eroe a raggiungere Petuski e ricongiungersi con la sua amata?

Il tratto Mosca - Petuski
Satira sociale in salsa alcolica
Il viaggio in treno è dunque solo un pretesto per parlare della vita e della società sovietica. In verità “Mosca – Petuski” è un racconto ironico, ricco di iperboli e paradossi, che trasforma un reietto senza speranza in un eroe tragico. Nell'apparente semplicità di un viaggio che avrebbe dovuto durare un paio d'ore, la dimensione onirica travolge la realtà, i piani di ciò che è serio e ciò che è burla si capovolgono, fino alle drammatiche pagine conclusive, dove si consuma un colpo di scena tragico e beffardo. Il protagonista del racconto è un vittima di una realtà crudele e spietata, dove non c'è posto per chi sa di essere un outsider. Gli aneddoti che si potrebbero riportare – colmi di citazioni dei “mostri sacri” della cultura russa – sono molti e spassosi. Ve ne raccontiamo giusto un paio...

Venedikt Erofeev al lavoro
Il lavoro rende liberi: i “grafici individuali
Ad un certo punto si parla di lavoro e scopriamo che Venja era un ispettore dei cavi telefonici presso l'aeroporto di Mosca. Le giornate lavorative nell'URSS degli anni Sessanta vengono descritte così: “[...] Il nostro processo produttivo – scrive Erofeev – si presentava nel seguente modo: al mattino, appena arrivati, ci mettevamo seduti a giocare a sika [un gioco di dadi], a soldi (voi sapete giocare a sika?). Bene. Poi ci alzavamo, srotolavamo il tamburo col cavo e mettevamo il cavo sotto terra. E poi, si sa: ci sedevamo e ciascuno ammazzava il tempo a modo suo, giacché in fondo ognuno ha il suo carattere e il suo sogno: uno beveva vermut; un altro, più alla buona, beveva acqua di colonia "Frescura", mentre chi aveva pretese, beveva cognac all'aeroporto internazionale di Seremet'evo. E poi si andava a letto. E il mattino dopo, cosi: prima ci sedevamo e bevevamo vermut. Poi ci alzavamo e tiravamo fuori dalla terra il cavo del giorno prima, perché naturalmente era tutto umido. E poi - che dire? - poi ci sedevamo a giocare a sika a soldi. E si andava a letto senza riuscire a terminare la partita. Il mattino presto già ci svegliavamo a vicenda: "Lecha! Alzati, che si deve giocare a sika!", "Stasik, alzati per finire la partita di ieri a sika!". Ci alzavamo e finivamo la partita a sika. E poi, senza indugi, senz'aver bevuto né "Frescura", né vermut, davamo di piglio al tamburo col cavo e cominciavamo a srotolarlo affinché l'indomani fosse fradicio e inutilizzabile. E soltanto dopo di questo, ognuno si sentiva libero di fare quel che gli pareva, perché ognuno ha i suoi ideali. E cosi tutto daccapo”. 
Quando Venja diventa “brigadiere”, ovvero responsabile della sua unità di lavoro, introduce una novità, i “grafici individuali”: “dirvi che razza di grafici fossero? – scrive ancora il Nostro – Bene, è molto semplice: con inchiostro di china si tracciano su carta velina due assi: una orizzontale e l'altra verticale. Su quella orizzontale si segnano per ordine tutte le giornate lavorative del mese trascorso e su quella verticale si indica in grammi la quantità di quanto s'è bevuto, ma tradotto in alcool puro. Naturalmente si teneva conto soltanto di quanto si era bevuto sul lavoro e prima di esso, in quanto ciò che si beve la sera costituisce una quantità più o meno costante per tutti e non può presentare interesse per uno studioso serio. E cosi, allo scadere del mese, il lavoratore mi si presentava con il suo rendiconto: il tale giorno ho bevuto questo o quello e in questa o quella quantità, il tal'altro giorno ho bevuto, ecc. E io traducevo tutto questo in un bel diagramma con inchiostro di china su carta velina”. Naturalmente si tratta di “grafici” alternativi a quelli ufficiali. Ma Venja – con un'ironia e un gusto per il paradosso tipicamente russi – capisce che attraverso la conoscenza del “ritmo alcolico” di ciascuno si riesce a conoscere molto più da vicino le esigenze dei lavoratori. Accade però, a causa di una giornata dove si è esagerato col tazzare, di confondersi e spedire ai responsabili del Partito i grafici “alcolici” anziché quelli veri. Risultato: Venja viene licenziato.
Da sinistra a destra, i "grafici individuali" del giovane comunista VIktor Totoskin, della vecchia canaglia sconquassata Aleksej Blindjaev e di Venedikt Erofeev
I controllori! I controllori!
Può un racconto ambientato su un treno fare a meno della figura del controllore? Ovviamente no! Solo che in Mosca sulla Vodka il personaggio del controllore Semënič è naturalmente biecamente corrotto e dedito all'alcolismo (come tutti, in realtà). “A dire il vero, sulla linea di Petuski nessuno ha paura dei controllori, perché tutti sono senza biglietto. Se qualche rinnegato fa il biglietto perché magari è in preda a una sbornia, lui sì che si trova a disagio quando passano i controllori. Quando un controllore gli chiede il biglietto, lui non guarda nessuno: né il controllore stesso, né il pubblico, ma è come se volesse sprofondare sotto terra. E il controllore esamina il suo biglietto in una certa maniera schifata e lo guarda in modo da annientarlo, come se fosse un rettile. E il pubblico, il pubblico guarda il "furbo" con degli occhi grandi e belli, come per dire: "Abbassa lo sguardo, razza di coglione! Ti rodeva la coscienza, eh?". Ma prima dell'arrivo del controllore Semënič la vita per i passeggeri era molto più dura: “Prima che Semënič diventasse capo-controllore, tutto andava diversamente: in quei giorni i passeggeri senza biglietto venivano chiusi come gli indiani nelle riserve, gli picchiavano in testa con i tomi dell'enciclopedia Efron & Brockhaus, e poi li multavano e li scaraventavano fuori della vettura. In quei giorni, fuggendo il controllore, essi correvano attraverso i vagoni come armenti in preda al panico, trascinando con sé anche quelli che avevano il biglietto. Una volta, sotto i miei occhi, due piccoli ragazzini, abbandonandosi al panico generale, corsero insieme al gregge e furono schiacciati a morte. E restarono così, riversi nel corridoio, stringendo nelle manine bluastre i loro biglietti...”. L'aneddoto terribile dell'uccisione di due bambini viene buttato lì così, come se fosse una cosa di frequenza comune, un particolare di poco conto. 
Ma poi, per fortuna, arriva Semënič, e le cose cambiano...in meglio! “Il capo controllore Semënič ha cambiato tutto: ha abolito le multe e le riserve. Ha regolato tutto in modo più semplice, esigendo da ogni viaggiatore senza biglietto un grammo di vodka per chilometro. In tutta la Russia gli autisti chiedono una copeca a chilometro, mentre Semënič chiedeva una volta e mezza di meno: un grammo a chilometro. Se, per esempio, tu vai da Cuchlinka a Usad, una distanza di novanta chilometri, devi versare a Semënič novanta grammi di vodka e poi viaggi assolutamente tranquillo, sbracato sul tuo sedile come un bottegaio...”. Geniale no? Immaginatevi se funzionasse così anche oggi in Italia: la figura del controllore, da bieco sbirro diventerebbe un simpatico compagno di sbronze, pronto a portare allegria ad ogni sua comparsa. “E così l'innovazione di Semënič ha rafforzato il legame tra il controllore e le larghe masse, ha diminuito il costo di questo legame, l'ha semplificato e umanizzato...E ora nel fremito generale suscitato dal grido “i controllori!" non c'è più nessuna paura. In questo fremito c'è soltanto un'anticipazione...”. Ed, infine, ecco che il personaggio entra finalmente in scena: “Semënič entrò nella vettura, sorridendo in modo sensuale. Già si reggeva a malapena sulle gambe, perché di solito restava sul treno soltanto fino a Orechovo-Zuevo, dove scende va e se ne andava nel suo ufficio, sbronzo da vomitare..."Di nuovo tu, Mitrič? Daccapo a Orechovo? A fare un giro sulla giostra? Cent'ottanta fra tutt'e due. Ah, sei tu, Nero baffuto? Saltykovskaja-Orechova Zuevo? Settanta due grammi. Svegliatemi questa puttana e domandate quanto deve. E tu, covert-coat, di dove vieni e dove vai? Serp-i-Molot-Pokrov? Centocinque, per favore. I 'portoghesi' sono sempre di meno. Una volta ciò suscitava 'ira e sdegno' mentre oggi suscita 'legittimo orgoglio'... E tu, Venja? ..." e Semënič m'investì in maniera sanguinaria col suo alito fetente d'alcool: "e tu, Venja? Come sempre Mosca-Petuski? ..."

Effetti del "Balsamo di Canaan"
Cocktails creativi
Il Nostro, da buon bevitore, è naturalmente un esperto di cocktails. Ma dimenticatevi i vari spriz, negroni, mojito, caipirinha...tutta roba da fighetti occidentali! Qui si parla invece di roba seria, orgogliosamente proletaria. Sentite qua: “In breve, scrivetevi la ricetta del "Balsamo di Canaan". La vita è concessa all'uomo una volta sola e bisogna viverla in modo da non sbagliare le ricette: 

Alcool denaturato 100 g
Birra vellutata 200 g
Vernice purificata 100 g

Ed ecco che avete davanti a voi il "Balsamo di Canaan" (detto familiarmente "volpe bruna"), un liquido che ha effettivamente un colore nero-brunastro, moderatamente forte e con un aroma robusto. Non si tratta nemmeno d'un aroma, ma di un inno. L'inno della gioventù democratica. Proprio così, giacché in chi beve questo cocktail maturano appieno le “forze oscure” e la volgarità”. In Unione Sovietica, come ancora oggi in posti dove l'alcolismo è la norma, siccome non è facile reperire superalcolici che non siano la vodka, si usava davvero fare dei cocktails con profumi e prodotti per l'igiene. Mosca sulla Vodka è un racconto dai toni iperbolici, ma c'è sempre del vero in ciò che scrive Venedikt Erofeev. Che subito dopo ci illustra gli effetti sull'umore e sulla nostra psiche di alcune sostanze di uso comune: “il "Mughetto," per esempio, eccita l'intelligenza, allarma la coscienza, rafforza la coscienza del diritto. Il "Lillà bianco" al contrario, tranquillizza la coscienza e concilia l'uomo con le piaghe dell'esistenza … A me è successo così: bevo un intero flacone di “Mughetto argentato”, me ne sto lì e piango. Perché piangevo? Perché mi ricordavo di mia mamma, cioè me ne ricordavo e non potevo dimenticarla. “Mamma” dicevo. E poi di nuovo: “Mamma” e di nuovo piangevo. Un altro, più stupido, sarebbe rimasto li a piangere. E io invece? Io ho preso un flacone di “Lillà” e me lo sono bevuto. E che cosa credete? Le lacrime si sono asciugate, un riso idiota mi ha assalito e anche la mamma l'ho dimenticata a tal punto che non sapevo più come si chiamava”. 
Alcuni prodotti del perfetto barman
Ed infine, vi lasciamo con la chicca finale: “ma lasciamo stare la “Lacrima”. Adesso vi propongo il dulcis in fundo. “Il serto delle fatiche è superiore a ogni compenso” disse il poeta. In breve, io vi propongo il cocktail “Trippa di cane” una bevanda che oscura tutto il resto. Non si tratta neanche più d'una bevanda, ma d 'una musica delle sfere celesti. Che cosa c'è di più bello al mondo? La lotta per la liberazione dell'umanità. E di più bello ancora? Ecco, scrivete:

Shampoo "Sadko ospite di lusso” 30 g
Birra di Zigulì 100 g
Soluzione antiforfora 70 g
Deodorante per piedi 30 g
Antiparassitario 20g

Tutto ciò si lascia macerare per una settimana con tabacco di sigari; quindi si serva in tavola...A proposito, mi sono giunte lettere in cui oziosi lettori mi consigliano inoltre di filtrare l'infuso cosi ottenuto con un passino. Ossia, di filtrarlo con un passino e poi di andare a letto... Ma lo sa il diavolo che roba è questa e tutte queste aggiunte e correttivi provengono da fiacchezza d'immaginazione, da insufficienze del volo del pensiero; ecco di dove vengono questi assurdi correttivi ... E dunque, la “Trippa di cane” è in tavola. Bevetela non appena appare la prima stella, a grandi sorsi. Già dopo due bicchieri di questo cocktail un uomo diventa così spiritualizzato, che ci si può far da presso e per un'intera mezz'ora sputargli sul grugno da una distanza d'un metro e mezzo senza che lui ti dica niente”.

13/07/17

[We talk about...books for punx!]
"Punk, anarchia, rumore" di Carmine Mangone
"Oggi parliamo di un libro che ci è stato donato dall'amico Carmine Mangone: chi è questo losco figuro? Massì che lo conoscete, dai...Circa un anno fa – ehm, sì, siamo in ritardo con questo post – ci arriva a casa questo libretto con tanto di dedica: perché con Carmine è capitato di fare delle cose assieme, tra le quali una simpatica jam session poetica (che abbiamo messo in scena qualche anno fa presso il Telos di via Milano a Saronno) e un'originale intervista che trovate pubblicata sul suo blog. Quando, dopo un concerto che gli organizzammo a Casa Gorizia Occupata a Milano assieme a Roberto Belli (altro personaggio di cui forse ci capiterà di raccontare), il Mangone ci parlò di questo suo libro sul punk su cui stava lavorando, noi pensammo: "Bello, però uscirà chissà quando". E invece – efficienza dell'anarchia! – eccolo qua: quelli in ritardo siamo noi!

Ma gli scrittori sognano gruppi punk elettrici?
Si tratta dunque di un libro sul punk ma che è stato scritto da una persona che non rispecchia lo stereotipo del punk in senso ortodosso. Carmine (anche se a lui non piacciono le definizioni) è piuttosto un poeta, performer e scrittore: si definisce ironicamente, con un'espressione dal sapore vagamente freak, un "poeta punk rurale". E questo ha i suoi lati positivi, perché siamo molto lontani dai soliti testi, usciti a valanghe negli ultimi tempi, che ripercorrono e mitizzano tutto ciò che accadde dal 1977 al 1985 senza avere una tesi di fondo. Questo non è un racconto scritto "dal di dentro", in soggettiva, ma una riflessione, uno scritto teorico. Il punk per Mangone (come per noi) non è una storia giunta al suo epilogo, una parabola che ha avuto un suo sviluppo circoscritto come fosse un capitolo chiuso della Storia. Eh no, gente: il punk è vivo e lotta assieme a noi! Ciò che fuoriesce dalle pagine del libro è una sincera e appassionata descrizione di questa "sottocultura" come anima creativa, una forza iconoclasta che, con improvvise accelerazioni, ribalta regole espressive del presente, scuotendoci dal nostro torpore fisico e intellettuale. Direi che più che una descrizione, in senso filologico, di cosa sono "Punk, anarchia, rumore", il libro sia in realtà un saggio autobiografico. L'autore non sceglie l'approccio del giornalista ma vuole affermare - ricorrendo a fatti, ragionamenti e citazioni - la sua personale poetica: una dichiarazione di estraneità rispetto alla società e di affinità con una comunità di disadattati, filosofi rivoluzionari e soggetti border-line. "(...) Io non sono un critico musicale, bensì un teorico della sovversione. Scrivere sul punk è scrivere contro ogni idea di punk. Io sono punk solo se porto in me una dismisura critica e scanzonata nei confronti  di ogni idea imposta dalla società".

Stiopa e Carmine Mangone in posa blandamente cristiano-internazionalista
Dal "battito primordiale" ai Crass...
E dunque qui si tratta di scagliare un pugnace rutto in faccia ad una visione aristocratica dell'arte come intrattenimento colto per borghesi annoiati, dichiarare una solenne belligeranza nei confronti dei limiti del buongusto e del politically correct e rivolgere una risata beffarda in faccia (accompagnata da gesti espliciti) a chi crede che, riparandosi sotto l'ombrello di qualche regola socialmente accettata, la sua vita sarà migliore. Chiarito ciò che abbiamo di fronte, possiamo leggerci il libro senza paura di cadere in fraintendimenti e gustarci questo racconto dal profilo eclettico, passando in rassegna ragionamenti sul senso del "rumore", citazioni letterarie, brandelli di testi di canzoni, racconti di aneddoti noti e meno noti della storia della musica, riflessioni sull'anarchia e sulla dottrina rivoluzionaria. "D'altronde – come si scrive nell'aletta di copertina – perché mai avere in testa uno schema definitivo (e ideologico) quando il punk ha cercato di negare ogni struttura culturale?". Ah, dimenticavo, nel libro abbiamo un piccolo spazio anche noi! Yu-uuu!!!

10/07/17

[we talk about...free music for punx!]
"Da sempre", Cerimonia Secreta, 2017
"La musica è come un tatuaggio che segna i nostri corpi, un segno indelebile sui tracciati obliqui delle nostre esistenze. Spesso il bisogno di creatività travalica i confini delle possibilità concrete di esercitarlo. E' per questo che ci ritroviamo a cercare occasioni per incanalare l'urgenza creativa nei progetti più disparati, nonostante i Kalashnikov collective rimangano il centro gravitazionale delle nostre attività. I "Cerimonia Secreta" sono una nuova band, un'oscura entità che allieta la scena punk diy di Milano: nascono dall'amicizia che ci lega ad un gruppo di loschi individui che corrisponde al nome di "Occult punk gang" e con i quali ci aiutiamo reciprocamente in sbattimenti vari tra cui l'organizzazioni di concerti e situazioni. Gli officianti di questa blasfema creatura sono Francesco Goat (voce), Anto Facca (batteria), Oppo (chitarra), Lisa (theremin) e Stiopa (basso). Vediamo di dipanare il mistero e conoscere più da vicino questa tenebrosa entità!

Nuove frontiere del punk...
Finalmente – dopo un'epopea durata un anno e poco più – è uscito il loro disco, anzi, la loro cassetta, intitolata "Da sempre". Che cosa suonano i Cerimonia Secreta? Un incrocio sabbatico di post-punk e neu-punk, moderno e fieramente underground, con suoni sporchi, riverberati e pastosi. I testi sono un condensato di sensi di colpa, grumi psicanalitici rimossi e coni d'ombra dell'anima. La loro declamazione dà il via ad una cerimonia catartica priva di redenzione. E la musica? Tutto parte da un groove molto solido, con una sezione ritmica scarna e sincopata, che scandisce le armonie asimmetriche e oblique tessute dalla chitarra. E nel mezzo delle danze compaiono imprevedibili momenti free dove regnano protagonisti gli inserti di theremin e di sax (suonato con la consueta sapienza dal Quaglia, il losco figuro che suonato anche nei dischi dei Kalashnikov). Insomma, c'è qualcosa di nuovo e di nero in queste canzoni, specchio di questi tempi incerti e senza luce: punk, certo, ma sul filo di un'atmosfera sinistra, con una carica anti-melodica non priva di elementi pop, ben celati sotto la coltre di un caotico muro di suono e dei delay digitali. Qui sotto avete tutto ciò che vi serve per ciucciarvi le canzoni e procurarvi l'imperdibile "cassetta secreta". Non proprio un ascolto per i pomeriggi d'estate, ma magari quando calano le tenebre...

05/07/17

[we talk about...radioshow!]
La "Casa del Disastro", stagione 2016-2017: echi di un'esperienza disastrosa
"Con la puntata del 29 giugno 2017, si è chiusa la prima stagione de "La Casa del Disastro", il programma radiofonico sulle frequenze di Radio Onda d'Urto che ci siamo inventati. Una raffica, da ottobre 2016 a giugno 2017, di 33 puntate (come gli anni di Gesù...) della durata di un'ora circa ciascuna che trovate a disposizione delle vostre orecchie proprio qui. E' stata un'esperienza certamente impegnativa (avrete notato che il blog è rimasto senza aggiornamenti per parecchio) ma decisamente appagante. Incredibile il riscontro che c'è stato e le centinaia e centinaia di ascolti masticati dai podcast messi in rete! Dobbiamo naturalmente ringraziare Andre della redazione di Milano della radio che ci ha incoraggiati ad iniziare, pur nella vaghezza di mezzi tecnici e nella paura di rimanere risucchiati in qualcosa di più grande di noi. Ma, ad un certo punto, ci siamo detti: se dev'essere disastro, che disastro sia! E, ora che la prima stagione si è conclusa con tanto di rutilante concerto finale in Villa Vegan (conclusosi tra danze belluine alle 5 del mattino), possiamo tirare le somme di quest'esperienza...


Ehi, tu! Come hai scoperto il punk?
Innanzitutto, col pretesto dell'intervista ai gruppi, abbiamo potuto scavare a fondo nella melma della scena diy punk della nostra città. Abbiamo consolidato vecchie amicizie e scoperte di nuove, approfondito idee con gruppi, collettivi, fonici, gente che viene ai concerti nonché montato delle puntate monografiche dedicate al punk giapponese, siberiano, francese, scozzese, inglese, dello Stato dell'Ohio negli Usa e della Germania Est, oltre a qualche mixtape qua e là (punk jugoslavo e neu!punk). L'idea di base era effettuare una fotografia in movimento della scena punk diy e dintorni a Milano, come di quella in altri tempi e in altri luoghi: uno scatto sgranato e fuori fuoco, magari parziale, ma certamente schietto e sincero. Perché il tempo fluisce veloce come un pezzo grind e talvolta rimangono solo ricordi sbiaditi di quel che siamo stati: fissare un particolare modo di vivere la natura del punk, con l'auspicio che altri possano fare la stessa cosa meglio di noi in futuro, è un modo per riflettere su di noi e rilanciare oltre. Chiederci quali sono le nostre ambizioni, cosa vogliamo davvero fare/essere nella nostra vita, mentre le scelte fatte in passato stanno bussando alla nostra porta per chiederci il conto. E, soprattutto, continuare a domandarci come ci siamo ficcati in questa storia del punk e come mai non riusciamo/vogliamo più uscirne. Già...Come mai? Infine, in questi tempi di superficialità e velocità, la capacità di approfondire e di creare dei contenuti originali e di sostanza, di porre domande urgenti sulla carne viva delle nostre anime, crediamo abbia un qualcosa di sovversivo. O, perlomeno, è qualcosa di più rispetto alla pratica becera tipo copia/incolla del "condividi" dei social, dove tutto si diffonde senza che necessariamente sia richiesto di comprenderlo, ma solo per "costruire" una nostra presunta identità virtuale. Nella più sua più profonda concezione, il diy è un'esperienza esistenziale: non è importante il manufatto che si crea, ma la strada che si ha percorso. Ciò che sta nel mezzo tra noi e l'utopia...


I disastri non si contano
Una cosa, puntata dopo puntata, finalmente l'abbiamo capita: l'urgenza di "fare qualcosa" per emanciparsi dal grigiore quotidiano è infinito e sublime motore di disastri! Formare un gruppo, un collettivo, registrare un disco, andare a suonare con attrezzature tecniche penose, impianti voce collegati allo stereo hi-fi del locale (puntata 25), dormire in mezzo all'erba (puntata 32), alle formiche, al freddo polare o al caldo tropicale, macinare chilometri per poi dimenticarsi la distro e tornare indietro (puntata 16), concerti nei paesi baschi davanti a zero paganti (puntata 6) e registrare una puntata seduti sul marciapiede per strada con una tempesta in arrivo (puntata 33)...insomma, i disastri sono sempre abbondanti e, secondo noi, molto più divertenti e originali delle scontate cose ben riuscite. Il bello di questa "voglia" è che ci porta sempre a rilanciare e a trovarsi in situazioni sempre più disastrose, più disagiate ma confindando – ovviamente – nelle magiche proprietà salvifiche di una musica che non smette ancora di accenderci. Insomma, anche se per quest'anno i disastri radiofonici sono finiti, ma non pensate di essere al sicuro: troverete senz'altro qualche situazione estrema (quasi) come un concerto all'aperto d'estate, sotto il sole e senza birra. Brrr...che incubo!

Ascolta le puntate de "La Casa del Disastro"

18/01/17

[We talk about...us!]
Gli amplificatori friggono, le lattine si rovesciano, i corpi sudano: alcune news dal quartiere generale.
[Sarta] "Ehilà! E' da un po' che non facciamo il punto della situazione: il nuovo anno porta con sé tante novità e i buoni frutti di una lunga stagione creativa. Il vostro pluriamatissimo collettivo Kalashnikov si appresta a tirare le fila di molti progetti dei quali non abbiamo mai parlato sulle pagine del blog, un po' perché – come sottolineato qualche tempo fa – i social oramai assorbono tutto, un po' perché siamo sempre impegnati nel “qui ed ora” delle nostre attività. D'altronde, il futuro è adesso!
Le novità sono tante, le cose cambiano ma noi restiamo più o meno sempre gli/le stessi/e, come canterebbero i Kina. La prima cosa della quale avremmo dovuto parlarvi è che, da qualche tempo, è on-air il nuovo scintillante sito del Kalashnikov collective, curato da Valeria: troverete molte cose, con una veste grafica tutta nuova, e alcune simpatiche novità, come la mappa dei concerti. Per consigli, pacche sulle spalle o pernacchie...naturalmente scriveteci! L'altra cosa è che, come molti di voi ormai sanno, Loky da un anno a questa parte ha lasciato il collettivo (lo ricorderemo sempre così) e abbiamo un nuovo caliente personaggio dietro i tamburi...signore e signori, ecco a voi, direttamente dal Brasile...Max Rodrigues! Max è ovviamente matto da legare, ma noi siamo contro la psichiatria, pertanto la cosa ci fa solo piacere. Evviva Max! Abbiamo scritto un simpatico post su fb all'epoca della nostra prima trasferta con lui, potete leggerlo qui.

Dal punto di vista creativo, invece, tante succose novità: a breve si concluderà, con la messa in onda del terzo ed ultimo atto, il “radiodramma” intitolato “Strani soldati senza bandiera” liberamente ispirato ai racconti partigiani del regista/scrittore Giulio Questi, scomparso qualche anno fa. Si tratta di una collaborazione nata da un'idea delle amiche e degli amici di Radiocane, per i quali il vostro prode collettivo si è occupato di scrivere, arrangiare e comporre tutta la colonna sonora, nonché di recitare alcune parti assieme ad altri e (ben) più preparati colleghi. Ci piacerebbe prima o poi uscire con un disco dedicato a questa cosa, scriveremo certamente qualcosa di più specifico a riguardo.

Non sarà sfuggita invece la nostra collaborazione con Radio Onda d'Urto, con la trasmissione “La casa del disastro”, anche perché ve ne diamo un resoconto settimanale proprio su queste pagine (virtuali) del blog: una puntata ogni giovedì dalle 20 alle 21 dedicata alla cultura punk e alla musica inaudita. Siete tutte e tutti invitati a farvi sentire per partecipare: ci piacerebbe scattare una fotografia sonora di gruppo di questa grande cosa che si chiama punk tramite interviste e approfondimenti tematici. Avete tempo fino a fine maggio...fate presto! Il mezzo radiofonico, come vedete, ci si addice! O no?


Stiamo inoltre stampando una serie di simpatiche spillette dedicate agli artwork dei nostri dischi: merchandising diy in edizione limitata per alimentare il nostro/vostro feticismo!

Passando a cose più serie, ci siamo generosamente impegnate e impegnati, assieme ad altri amici e sodali, a portare all'ordine del giorno una spinosa vicenda accaduta diversi anni fa. L'intento è, come sempre, di contribuire a rendere migliori gli spazi occupati e autogestiti in cui da anni viviamo/suoniamo e dentro i quali sperimentiamo traiettorie esistenziali meravigliose ed emozionanti. E' stato già scritto molto a riguardo, detto ancor di più: abbiamo avuto molti incontri e altri ne avremo ancora, per chiarire i nostri intenti e mettere in pratica valori come la solidarietà, l'antisessismo e l'antifascismo. Speriamo che la cosa serva, come abbiamo sempre detto, a far sì che certe brutte vicende non si ripetano o, se proprio dovessero riaccadere, vengano gestite meglio con prese di posizione chiare sin da subito.



Infine, last but not the least, uscirà ai primi di marzo il nostro nuovo, mirabolante, disco! Si tratterà di un album breve, sei canzoni, intitolato semplicemente “Romantic punk”. Un vinile dodici pollici, rosso trasparente, con artwork e libretto a colori, che speriamo solleticherà i padiglioni auricolari, gli occhi e la testa di voi luridi punx. Cercheremo di farne anche una versione cd, con qualche sorpresa in più, ma stiamo raschiando il fondo del barile delle nostre (prosperissime, ovvio) finanze e non so se riusciremo a farla uscire assieme al vinile (che poverata). Per inciso, sarà il primo disco cantato interamente dalla prode Valeria: si apprezzano commenti positivi, mi raccomando..."

14/10/16

[We talk about...radioshow!]
LA CASA DEL DISASTRO !
[Sarta] "Prosegue il nostro racconto radiofonico sulla scena punk giapponese nella seconda puntata de "La Casa del Disastro", sempre sulle frequenze di Radio Onda D'Urto (98 Fm oppure in streaming).
Tokyo: abbiamo appena assistito al mastodontico concerto dei Life della modica durata di tre ore. E accade che..."


La casa del disastro


[We talk about...La Casa del Disastro!]
PICCOLO POTRE, MARUCIO UTOPIA: 
schegge autobiografiche di punk giapponese – parte seconda!



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[Stiopa] "Usciti frastornati dal Moonstep con le orecchie che ci fischiano per i volumi disumani, Bolo attira la nostra attenzione “E’ lui!” dice “E’ Satoshi, il cantante degli Isterismo!”. Dunque… gli Isterismo sono una cult band di Tokyo, molto nota tra i punk italiani non solo per il sound devastante devoto ai Wretched e al vecchio punk hc di casa nostra, ma anche perché gli Isterismo cantano in italiano! Può sembrare strano, ma non sono gli unici gruppi giapponesi a farlo o ad averlo fatto. Ovvio che l’italiano degli Isterismo è frutto di un mix di traduttore automatico di Google e scopiazzature da fonti ignote. Naturalmente nessuno dei cantanti di queste band sa l’italiano. Tutto è legato all’ammirazione dei punk del sol levante nei confronti del nostro vecchio punk/hc. Ecco qualche titolo delle canzoni degli isterismo: Distruttivo Rabbia, Giustizia Assurdita, Pioggia Triste, Piccolo Potre Marucio Utopia, Catena di Avversione, Non puo’ scappare dall’agonia, Pecora Nera..."  

Life all'opera al Nakano Moonstep di Tokyo
[Sarta] "Satoshi – che ora sembra un liceale uscito da un manga più che un punk - ci dice che gli Isterismo comunque non esistono più e mai più esisteranno: si è stancato di memorizzare i testi in italiano. Gli regaliamo una raccolta dei Wretched, la vecchia hc band milanese che gli Isterismo idolatravano e di cui avevano anche copiato il logo. Lui ci dice “grazie, ma ho già tutti gli album in versione originale in vinile”. Conoscendo le quotazioni su e-bay di quei vinili immaginiamo che abbia speso una fortuna per acquistarli. “E ne ho anche di altri band italiane” aggiunge orgoglioso, sciorinando una serie di nomi di gruppi punk nostrani che facciamo fatica a capire a causa dell’imprevedibile pronuncia giapponese che infila vocali a caso tra le consonanti delle parole. Per cui Eu’s Arse diventa Eusarese e Impact Imapakutu". 

Le Unskilled Lab raffigurate nel loro primo "demo"
[Valeria] "Comunque, i giapponesi sono così: consumisti, feticisti, morbosamente devoti ai loro idoli fino ad imitarli in modo maniacale. All’Earthdom di Tokyo ci è capitato di vedere suonare una band di tre ragazze chiamato Unskilled Lab. La cantante indossa una maglietta delle Poison Girl, un vecchio gruppo anarchico inglese, e non solo: è pettinata e vestita come la cantante delle Poison Girls, Vi Subversa. Come lei infine canta e suona la chitarra! Naturalmente quando sono salite sul palco abbiamo scoperto che le Unskilled Lab – sorpresa  suonavano esattamente come le Poison Girls! "
      
[Stiopa] "In Giappone la scena punk underground non ruota attorno alle case occupate, agli squat, ai centri sociali, ed altre situazioni autogestite al di fuori della legalità, come in Europa. Perché questo mondo in Giappone semplicemente non esiste. Il punk in Giappone si vive e si suona in locali e bar adibiti allo scopo, spesso gestiti da punk o metallari. Locali piccoli e angusti come tutto in Giappone, ma confortevoli e perfettamente attrezzati con aria condizionata e potentissimi impianti audio e luci; locali come l’Earthdom, lo Zone B, l’Anti-knock di Tokyo oppure l’El Puente di Yokohama, dove siamo stati quest’estate. Un piccolo bar posizionato nei sotterranei di un palazzo di vetro che sembra la sede degli uffici di una banca o qualcosa del genere. Al bar El Puente abbiamo visto suonare dal vivo una delle band più caotiche e lancinanti dell’attuale scena jap-punk di Tokyo, gli Unarm, che hanno tentato di demolire il locale". 

[Sarta] "Ma quali sono i motivi per cui la cultura dell’occupazione politica degli spazi non esiste in Giappone? Probabilmente molteplici, ma il principale è sicuramente legato al fatto che le pene per occupazione abusiva, come tante altre previste dal severissimo codice giapponese, sono – almeno ai nostri occhi - assurde, sproporzionate. Amici locali ci hanno spiegato che per aver occupato abusivamente uno stabile si rischiano qualcosa come 15-16 anni di carcere. Alcuni punk che si avventurarono in un occupazione negli anni ’90, in carcere ci stanno ancora oggi. E le prigioni giapponesi non sono un posto per niente piacevole, come segnalano gli osservatori che si occupano di diritti umani. il Giappone sarà una delle più avanzate, ricche e sicure democrazie del mondo, ma il suo sistema giudiziario – forse pochi lo sanno - è spietato e massimalista. Burn Down The Corrupted Justice” ("Dai fuoco alla giustiza corrotta”) è il titolo di un disco del 2004 dei Forward una delle attuali punk band giapponesi che sembrano fare leva su di un immaginario fortemente politicizzato..."  

I Forward festeggiano nonsisacosa
[Valeria] "Comunque sia, non abbiamo capito se in Giappone esista o meno una conflittualità sociale e se sì in che cosa possa consistere, vista – diremmo - l’armoniosa rigidità della vita e della società giapponese. Sicuramente tra i punk una certa forma di rivolta nei confronti dell’esistente c’è, e si esprime in un senso di estraneità ai valori della società in cui vivono, come ad esempio il valore  del superlavoro. Tutti i punk lavorano poco (anche se con quel poco in Giappone è possibile vivere più che dignitosamente) e questa, per la cultura nipponica, è già una cosa trasgressiva. Comunque sia, la nostra impressione è che la rivolta dei punk giapponesi sia decisamente più esistenziale che sociale. Non vogliono cambiare il mondo. Prima di tutto vogliono cambiare se stessi. Liberarsi di quel rigido codice di comportamento e di pensiero che tutti giapponesi sembrano portare dentro di sé dalla nascita. In questo senso si colloca la completa, assoluta ed eterna devozione che hanno per lo stile punk, che è – come dire – un’identità per la vita intera". 

[Stiopa] "Tra i punk più attempati di Tokyo ci sono i Jabara che incrociamo davanti al Rinky Dink Studio, dove provano tutte le band di Nakano. Siamo lì a cazzeggiare, quando ci vedono e ci riconoscono perché siamo componenti di una punk band italiana... noi non sappiamo cosa dire, siamo un po' imbarazzati e diciamo "...ehm...uh....ahuh...ihih....ueah....issh...." ma loro gentilmente ci invitano a seguire le loro prove e noi accettiamo perché non vediamo l’ora di farci sfondare i timpani dai Jabara!"

I Vespera di Tokyo alzano la loro lattina per brindare
[Sarta] "Ciò che accomuna i punk giapponesi è il senso di appartenenza ad una comunità sotterranea, segreta. Ne parliamo con i Vespera di Tokyo, che hanno messo in copertina del loro ultimo album una talpa: perché una talpa? Lo capiamo leggendo l’unica frase in inglese contenuta nel booklet del disco, come sempre scritta in quella maniera un po’ enigmatica che caratterizza l’uso dell’inglese da parte dei giapponesi. La frase dice: “Cecità, respirando sottoterra, mai seguendo la luce, il consenso. Malinconico Eretico. Sovverti” Si tratta di una dichiarazione di appartenenza all’underground e in effetti... che animale c’è più underground di una talpa? I Vespera suonano il classico punk giapponese a rotta di collo e volume altissimo, ma – sorpresa – la voce di Mayumi è dolce, melodiosa ed intonata come quella di un Aidoru – ovvero Idol – le tipiche cantanti giapponesi di musica commerciale".
   
You - cantante dei Band of Accuse - riposa in mezzo ad una strada
[Stiopa] "Avvicinandoci al bar El Puente di Yokohama, notiamo un punk accasciato in mezzo alla strada apparentemente privo di sensi. A degli sconosciuti, che sono lì accanto e bevono birra e fanno finta di niente, chiediamo se è tutto normale. “Ah sì – dicono - è You il cantante dei Band of Accuse. Nessun problema, sta riposando”. I Band of Accuse, poco dopo hanno suonato e You – ben riposato – ha dato prova di essere un ottimo cantante. Sono stati una vera sorpresa: il loro sound è diverso dalla maggior parte delle band giapponesi, sembrano un incrocio tra il punk metallizzato alla Motorheaed e l’anarcopunk inglese. I loro testi parlano di violenza e distruzione, ma soprattutto di tematiche ecologiche, legate allo sfruttamento del pianeta da parte dell’uomo. E lo fanno con cognizione di causa evidentemente perché la loro provenienza è Fukushima, lo scenario del terribile incidente occorso all’omonima centrale nucleare nel marzo 2011. Si è trattato dell’'unico incidente nucleare la cui gravità è stata classificata allo stesso livello del Disastro di Cernobyl' del 1986. I Band of Accuse ricordano l’accaduto in un pezzo molto intenso, intitolato Utopia".

[Valeria] "Il nucleare ha funestato la storia del Giappone dell’ultimo secolo. Hiroshima e Nagasaki certo, ma anche diversi incidenti in centrali nucleari poco noti in occidente, a Tokaimura nel 1999 (tre persone morirono all'istante mentre altre 450 furono esposte alle radiazioni), a Mihama nel 2004 (4 operai morti e 7 feriti in modo grave), ed altri incidenti di minore entità fino a quello clamoroso di Fukushima nel 2011. … in occasione di quell’ultimo disastro la comunità punk di Tokyo, di cui fa parte Nori dei Life, si è attivata per offrire supporto alle vittime del disastro, attraverso una cassa di solidarietà. Nori che è originario del Sendai, la prefettura ove lo tsunami si è abbattuto nel 2011 ha anche adottato un gatto che vagava tra le rovine perché, come dice (- ed è vero): “Quando succedono queste cose nessuno pensa agli animali”. La rievocazione dell’incubo nucleare accomuna tutte le punk band giapponesi. Nei testi delle canzoni la parola “nucleare” ricorre di frequente, come in “No Peaceful Purpose For Nuclear Weapons” o “From Hiroshima to future”  dei Life, “Nuclear Explosion”, “The Nuclear Victims” “Fear of the nuclear age” dei Disclose oppure “Nuclear Power Genocide” dei mostruosi Framtid di Osaka".


[Sarta] "Bosozoku (letteralmente "tribù della velocità sfrenata") è un termine con cui si indicano, in giappone, le bande di teppisti in motocicletta. I bosozoku sono diventati parte dell'immaginario collettivo, in particolare a partire dai primi anni ottanta, ma a differenza degli Hell's angels americani il loro look è ispirato al rock'n'roll delle origini: giubbotti di pelle nera, jeans, occhiali scuri e capelli pettinati all'indietro con la brillantina. Il film Burst City  di Sogo Ishiii, girato nel 1981 ha celebrato la sottocultura bosozoku raccontando la rivalità tra bande di motociclisti in un Giappone distopico. A rievocare la cultura Bosozoku nel punk/hc degli anni '90 sono i Rocky and the Sweeden che pubblicano, nel 1998, un disco intitolato W.A.R. War significa guerra, ma in questo caso è un acronimo che sta per per Wake Up Anarchy Rider, “svegliati, motociclista anarchico!”.

Una temibile  gang Bosozoku!
[Valeria] "Ad un concerto allo Zone B di Waseda, un locale davvero claustrofobico che si sviluppa sottoterra su tre livelli, tra un assalto crust-noise-grind e il successivo, ci siamo imbattuti in una band completamente diversa dalle altre. Un gruppo di 5 ragazze in abiti di pailletes che hanno offerto uno spettacolo a metà strada tra cabaret, pianobar e – fortunatamente - un turpe concerto punkrock. La musica delle Yo Sai Tachi (che si può tradurre come “fate” in italiano) è melodiosa e un po’ fuori moda, e di sicuro molto legata al genere Enka. L’Enka è uno standard della musica popolare giapponese più classica. Le canzoni Enka hanno come tema l'amore, la perdita, la solitudine, le difficoltà della vita, e anche il suicidio e la morte. È musica terribilmente malinconica, che le Fate interpretano però con molta ironia a sfondo sexy, banane sbucciate e mangiate sul palco, arrampicamenti sulle transenne dell’impianto luci, sesso simulato per terra tra i piedi del pubblico…"



[Stiopa] "La cantante delle Yo Sai Tachi gioca con una figura tipica della cultura pop giapponese: l’aidoru. La parola aidoru (che è la pronuncia giapponese della parola inglese Idol ovvero Idolo)  si riferisce a un’adolescente che diventa molto popolare nel mondo dello spettacolo soprattutto in virtù del suo aspetto esteriore. La parabola delle aidoru tende a essere di breve durata, tanto che in alcuni contesti il termine viene usato proprio per implicare l'idea di un fenomeno di fama tanto travolgente quanto effimero. Giovani pop star usa e getta insomma. Tra i personaggi del mondo della musica giapponese che hanno giocato con lo stereotipo delle Aidoru, per demistificarlo e mostrarne il lato cinico, consumistico e crudele, la più nota è sicuramente  la grande Jun Togawa, che per la sua qualità e complessità merita sicuramente un digressione. Anche perché la musica di Jun Togaawa ci ha sconvolti. Quando l’abbiamo sentita cantare per la prima volta in questo pezzo, registrato nel 1984 e intitolato “l’impupamento della donna punk”, non credevamo alle nostre orecchie". 

Jun Togawa in versione insetto
[Valeria] "Jun Togawa nasce nel 1961 ed esordisce nel mondo dello spettacolo nel 1982 in una pubblicità. Chiunque abbia visitato il Giappone ha di certo dimestichezza con gli strani water giapponesi, dotati di un ingegnoso sistema di fontanelle e bracci meccanici che permettono di farsi il bidè. Jun Togawa dicevamo, esordisce in televisione proprio come ragazza immagine dei water con il bidè incorporato. Per l’occasione incarna lo stereotipo della  Shojo Kawaii “Ragazzina carina”, dolce, infantile, ma al contempo maliziosamente sessuale. Una figura tipica della cultura giapponese degli anni ‘80 portata nella musica dall'industria delle Aidoru (pop idol). Jun Togawa, che di lì a poco, archiviata l’esperienza dei water, intraprende l’attività di cantante, non ha alcuna intenzione di seguire la tipica carriera Aidoru: piuttosto, modella se stessa come una parodia consapevole dello stereotipo Aidoru". 

[Stiopa] "Gli Yapoos, la sua band, fa post-punk schizoide, tecnologico e dolciastro. Ma i testi di Jun Togawa, a dispetto delle melodie pop dei brani, parlano di sesso, di mestruazioni, di abusi, di violenze carnali, di mostruose trasformazioni. Spesso Jun Togawa raffigura il proprio corpo come quello di un insetto. Come in impupamento della donna punk che abbiamo ascoltato – impupamento infatti è un termine zoologico che indica la transizione dallo stadio di larva a quello di pupa. Jun Togawa racconta “trasformazoni” umane dell'età adolescnziale come il passaggio dall’infanzia alla pubertà, o l'innamoramento etcetc con uimmagini un po' disturbanti legate al mondo degli animali, processi che vengono descritti come disgustose metamorfosi caratterizzate da distorsioni fisiche, come nella canzone “Nikuya no yo ni” ovvero “come dal macellaio”.

[Sarta] "Jun Togawa interpreta un Aidoru, infelice e alienata, conscia del suo essere un prodotto soggetto a scadenza, nel pezzo intitolato Lolita n. 108":

[Valeria - dal testo di Jun Togawa "Lolita n.108"]
"Non ho bisogno di comprare scarpe rosse con otto centimetri di tacco
Scusami, ma sono innamorata di te 
Posso stare con te nei miei sogni, ma non venirmi troppo vicino
E’ pericoloso avere a che fare con me
ho un missile nucleare installato dentro
Il mio sistema è costruito per autodistruggersi.
Mio papà ha fatto di me una signora stoica
Ma voglio dirti lo stesso che mi sono innamorata di te 
Sono una vergine d’acciaio, una stoica lolita 

Mio papà ha fatto di me una donna tragica
Il mio crudele padre, il dottore
Una tragica Lolita fino alla morte.
Ho calze bianche fino al ginocchio inamovibili
La mia fonte di energia sono le caramelle al latte
bambina ricostruita, bambina di cattivo gusto
Se mi ami stringimi e corri più veloce che puoi verso la disperazione
Mi spiace, mi sono innamorata di te 
E nelle notti senza sonno, io sogno

07/10/16

[We talk about...radioshow!]
LA CASA DEL DISASTRO !
[Sarta] "Apriamo sul nostro blog una nuova rubrica, dal roboante titolo La Casa del Disastro! Si tratta del programma radio che i nostri prodi membri del collettivo Kalashnikov terranno ogni dannato giovedì sulle frequenze di Radio Onda d'Urto (98 fm oppure in streaming). Di cosa parleremo? Indovinate un po'...di PUNK! Ma naturalmente non in maniera convenzionale...Le prime due puntate saranno dedicate ad una retrospettiva autobiografica sulla nostra scoperta del punk giapponese verso la metà degli anni '90 fino ai giorni nostri. Poi proseguiremo con delle dirette, ospitando in studio alcune losche figure della scena punk/anarchica delle nostre parti e di nuovo ci dedicheremo ancora alla scena punk siberiana dagli anni '80 ad oggi. Insomma, speriamo di fare un lavoro interessante e, forse, non banale. Chiunque abbia interesse a partecipare e/o relazionarsi con "La Casa del Disastro" è si faccia sentire! Stay tuned!




[We talk about...La Casa del Disastro!]
PICCOLO POTRE, MARUCIO UTOPIA: 
schegge autobiografiche di punk giapponese – parte prima!




[Stiopa] "All'inizio degli anni '90 siamo adolescenti con la fissa del punk. Un giorno Sarta torna a casa con un pacchetto. E' stato al negozio di dischi usati di Affori, un negozio di dischi di periferia davvero sfigato, sempre avaro di sorprese. Questa volta non solo si tratta di un disco punk, ma di un disco punk giapponese. Con gli ideogrammi e quelle grafiche nerissime che ci ricordano i nostri manga preferiti come Devilman o Hokuto no Ken. Si capisce solo il nome del gruppo "Fuck Geez". Decenni dopo, grazie al traduttore automatico di google, scopriamo che il titolo del disco suonava più o meno come "Completamente bruciati con il punk rock". Un titolo profetico che tra l’altro, all'epoca, ci rappresentava in pieno!"

Il fantomatico 7'' dei Fuck Geez
[Sarta] "Il disco dei Fuck Geez assurge subito ad oggetto di venerazione e ci apre le porte del punk  giapponese che nei mesi successivi diventa un chiodo fisso. Negli anni '90, internet non esiste e per ascoltare un disco non basta volerlo: se si tratta di un disco di punk giapponese il discorso – per ovvie ragioni linguistiche - si fa ancora più complicato... Ai banchetti dei dischi in fiera di Senigallia a Milano, facciamo scorrere pigramente i cd uno dopo l'altro, senza troppa convinzione, poi ad un certo punto, tra una raccolta dei Pooh e un live di Santana, abbiamo una visione: si intitola "Target Dictator" e ed è una compilation di punk underground giapponese pubblicata nel 1991. Come diavolo ci è finito lì in mezzo!? Per noi è un ritrovamento archeologico di portata epocale. Gruppi sconosciuti con creste altissime e borchie acuminate, disegni inquietanti, testi incomprensibili e soprattutto un suono feroce, disperato".

[Valeria] "E’ un suono che evoca il Giappone cupo, aggrovigliato e crudele che abbiamo visto nei film di Shinya Tsukamoto come “Le avventure del ragazzo del palo elettrico” e “Tetsuo”, oppure in “Akira” il manga cyberpunk di Katshuiro Otomo, ambientato in una Tokyo del futuro in preda all’anarchia…"

La compilation Target Dictator (1991)
[Sarta] "Innocents e Ghoza, di cui abbiamo ascoltato rispettivamente "Frattaglie" e "Visione della vita", ma anche Violent Pain, Hell noise, Undead Murder.... tutti questi gruppi misconosciuti sono accomunati da un fatto: suonano come se fosse l'ultima volta che lo fanno. A quei tempi – siamo alla metà dei 90 - le declinazioni più estreme del punk non vanno per la maggiore, ma noi siamo alla ricerca di emozioni più forti e la musica dei punk giapponesi trasmette un senso di disastro imminente, di caos e di follia che infiamma la nostra immaginazione".

[Stiopa] "Nei primi anni '90 il d-beat non è ancora un sottogenere pienamente codificato. D-beat come Di-scharge, il gruppo inglese che ha inventato un modo di suonare e di immaginare la musica punk.  il d-beat è un preciso codice stilistico basato su un ritmo a rotta di collo, testi gridati allo spasmo, un’iconografia brutale e un immaginario votato al pessimismo, popolato di orrori indicibili, ma orrori del tutto umani, come la guerra, la povertà, la tortura, i disastri nucleari. Nella prima metà dei '90 le band giapponesi suonano il miglior d-beat al mondo. Tra queste ci sono i Disprove di Tokyo..."

[Sarta] "Il pezzo dei Disprove, tratto dal 7" del 1994, si intitola Eraced Race... Razza Cancellata? No, eraced non è scritto con la S ma con la C. Eraced Race dovrebbe suonare più o meno come razza senza razza. Questo titolo, uno dei tanti: è paradigmatico dello stile di scrittura dei testi delle band giapponesi, caratterizzato da un uso - diciamo - creativo della lingua inglese. Perché i giapponesi l'inglese non lo sanno. Per loro più che una lingua, è un suono; il significato non è così importante, almeno non quanto la musicalità delle parole; e le parole sono immagini, e accostate l'una all'altra evocano quadri più complessi, come nella pittura, o come negli ideogrammi. Per questo i testi dei gruppi punk giapponesi sfuggono solitamente alla piena comprensione, pur risultando comunque evocativi"...

[Stiopa] ..."Esistenza dimenticata - razza sconosciuta - pregiudizio senza volto - davvero invisibile. Un luogo distrutto - non schiavi. Verità proibita - noi dobbiamo conoscerla. Cancellata, razza cancellata!".
Oppure... 
"Questo significa guerra. Noi dobbiamo combattere. Tu devi morire. Questo non è quello che hai detto, Noi dobbiamo combattere, ma non dalla tua parte. Non hai niente. Noi dobbiamo cambiarlo". E ancora:
"Uccidere non significa niente: basta uccisioni, uccidere non vuol dire niente, Ma tu non lo sai. Prendi il tuo pugnale e buttalo via…“.


[Valeria] "Oltre alla libertà lessicale e alla confusione semantica, un altro aspetto che caratterizza i testi delle band giapponesi è l'estrema sintesi. Prendiamo ad esempio un  pezzo dei Beyond Description (oltre la descrizione), una nota band giapponese degli anni ’90. Il titolo è Lost (“Perso”) e il testo dice “mi sono perso”. Nient’altro. Questi testi ricordano un stile di scrittura poetica giapponese, l’haiku: l’haiku è una sfida: il poeta deve raccontare in tre versi, rigorosamente 17 sillabe, il mondo che lo circonda e i suoi sentimenti più profondi. Paradossalmente, ma anche necessariamente, nell'haiku è più importante quello che il poeta non scrive, piuttosto che quello che scrive; ovvero non quello che decide di descrivere, ma quello che fa intuire. Per apprezzare appieno la poesia haiku bisogna quindi andare oltre la parola scritta, “oltre la descrizione”, Beyond Description appunto…  "

[Sarta] "Detto questo, non si può parlare di punk giapponese dagli anni 90 ad oggi, ed in particolare di crust d-beat, prescindendo da Hideki Kawakami e dai suoi Disclose. Quando siamo tornati a casa con il nostro primo disco dei Disclose e lo abbiamo messo sul piatto del giradischi, per prima cosa abbiamo pensato che lo stereo si fosse rotto. Batteria e voce erano sovrastate da un fruscio spaventoso, un rumore bianco che assomiglia a quello della radio fuori frequenza. Ma no, non c’era niente che non andasse nel nostro impianto… Quelli erano davvero i Disclose! E non solo: quel suono scorbutico con la chitarra a zanzara, iperdistorta fino a perdere ogni velleità armonica, diventerà il marchio di fabbrica del punk giapponese degli anni successivi". 

Hideki Kawakami ci dà dentro coi Disclose
[Stiopa] "Visions of war “Visioni di guerra”, il pezzo dei Disclose che abbiamo appena ascoltato, è una cover dei Discharge, ed è tratto da un disco che, nelle grafiche, riproduce in modo quasi pedissequo  la copertina di “Realities of War” degli stessi Discharge. Un vero e proprio attestato di devozione al suono e all’immaginario della band inglese, dalla quale Kawakami – il leader dei Disclose - è letteralmente ossessionato. In generale, per i punk giapponesi il punk stesso è un’ossessione che pervade ogni istante della loro esistenza, anima ogni gesto, ispira ogni loro scelta. Kawakami, ne è un esempio: consacra la propria vita al d-beat e a i Discharge, registrando, dal 1993, più di trenta dischi, tutti riconducibili al medesimo suono e al medesimo immaginario, fino alla sua prematura morte, a 36 anni, nel 2007, per un’overdose di alcool e sonniferi. Pochi giorni dopo, Stuart Schrader, un punk americano che aveva conosciuto Kawakami, pubblica su Maximum rock’n’roll un articolo molto bello e quasi commovente, che cerca di raccontare questo personaggio così profondamente amato dai punk giapponesi".

Hideki Kawakami
[Nonno] “Forse il modo più preciso per definire Kawakami è dire che è stata un'ispirazione. Sebbene sia un luogo comune dire che il punk è uno stile di vita, quando lui diceva nella prima lettera che mi ha scritto: “Il D-beat è veramente grandioso! é la mia vita!” voleva sicuramente dire qualcosa di più della solita affermazione che noi, che abbiamo dedicato molto del nostro tempo a questa cosa folle chiamata punk, siamo soliti utilizzare. Molti artisti radicali si sono impegnati per far crollare la separazione tra l'arte e la vita. Kawakami, senza grandi pretese e senza ambizioni, c'era riuscito. 
Il punk d-beat può essere stato creato dai suoi predecessori, ma Kawakami è stata la persona che lo ha legittimato e forgiato in un vero e proprio vangelo, nel senso che da esso egli ha tratto le sue convinzioni e nutrito il suo amore; perfezionarlo e diffonderlo fu un suo dovere. [Disclose = rivelare, divulgare]. Il D-beat è semplicemente quello che lui è stato e che ha fatto, e al quale è rimasto fedele fino alla fine dei suoi giorni.
La prima sera che uscimmo insieme in Giappone (era il 2002) chiacchierando con il suo inglese scassato e il mio inesistente giapponese, mi ha spiegato come ha, come dire, interiorizzato i Discharge: nel senso che la formula utilizzata dai Discharge sia nelle canzoni che nello stile musicale non era più una formula che avrebbe potuto scegliere intenzionalmente e coscientemente di seguire, ma era diventato semplicemente l'unico modo nel quale egli era in grado di esprimersi!”

[Sarta] "La tomba di Hideki Kawakami ha una lapide sulla quale è scritto: “D-beat raw punk Disclose Hideki Kawakami 1971-2007” e sotto la cover iconica di “Realities of war” dei Discharge, quella con il punk di spalle e il giubbotto borchiato. Anche nella morte, e per l’eternità, Kawakami verrà collegato indissolubilmente ai Discharge e alla loro musica, alla quale era devoto. L’ultimo atto musicale dei Disclose prima della scomparsa di Kawakami è l’e.p. Grey Earth “Terra grigia”. Un’immagine che evoca un fotogramma sbiadito, un fading, un luogo incerto, come, alla luce del sua strana morte, forse un suicidio, enigmatico e sfuggente doveva essere anche il personaggio di Hideki Kawakami". 

[Stiopa] "Ad un certo punto arrivano gli anni zero, e buttiamo nel cesso i modem a 56k… ci si scoperchia dinnanzi uno scrigno di vermi e putredine: tutto il caos sonoro che negli anni precedenti c'eravamo persi. Tra i dischi del punk giapponese degli anni ’80 forse non ce n’è nessuno che eguaglia in quanto ad oggetto di culto il 12” Detestation dei G.I.S.M. Gism è una sigla misteriosa: forse sta per Guerriglia Incendiaria, sabotaggio e ammutinamento forse per Dio in una mente schizoide oppure per Gran imperialismo sociale meschino, oppure ancora per Idiosincrasia gnostica di un militante sonico …. Ed altre ipotesi assurde. Ma sappiamo quanto, per i giapponesi l'immediato significato delle parole sia secondario. Se volessimo darne una definizione musicale diremmo che il disco dei Gism si colloca in bilico tra heavy metal e punk, ma quel che colpisce di Detestation non ha a che fare con lo stile musicale, ma con un sentore malsano, tenebroso ed indescrivibile, con un demone che se ne sta acquattato tra i solchi per saltare fuori ed aggredire di tanto in tanto l'ascoltatore, in brani come ad esempio questa “Document One”.

I mitologici Gism
[Valeria] "Gli Oni sono entità demoniache del folklore giapponese; vengono raffigurate come giganti umanoidi, con artigli affilati, capelli arruffati e corna appuntite. La pelle degli Oni è colorata e il loro aspetto minaccioso viene spesso accentuato dal fatto che si ricoprono di pelli di animali feroci e brandiscono il kanabo, una mazza ferrata irta di chiodi. I gruppi punk giapponesi degli anni ’80  nei retrocopertina dei loro dischi sembrano Oni: con i capelli cotonati sparati verso il cielo e giubbotti di pelle borchiati che sembrano corazze di bestie preistoriche, mentre brandiscono i propri strumenti come fossero armi. Come i Gastunk nel retrocopertina di Dead Song, un mostruoso disco di oni-rock registrato nel 1985, che si apre con Mokushiroku (apocalisse)..."

Chelsea, chitarrista dei Deathside
[Stiopa] "Tokyo, estate 2016: una fila di punk, ordinata e paziente, come tutte le file in Giappone, si dipana per le vie di Shinjuku, nei pressi del Shinjuku Loft, un grosso locale rock e punk. Sono in attesa del turno per acquistare il biglietto di un evento imperdibile: la reunion dei Deathside, forse la hc band giapponese più nota e amata al mondo. E’ il 17 agosto: lo stesso giorno di nove anni fa moriva, in circostanze tutt’ora non chiarite, il chitarrista dei Deathside Chelsea e oggi i compagni di gruppo lo vogliono ricordare con un concerto. I riff di chitarra di Chelsea, i suoi leggendari assoli e la sua grande tecnica erano l'anima della band, tanto che nell’attuale formazione, per poter riprodurre al meglio le partiture di Chelsea, i Deathside sono stati costretti ad assoldare non uno bensì due chitarristi. “Bet on Possibility” del 1991 è forse uno dei dieci dischi punk/hc più intesi di sempre e il pezzo “Life is only once” di sicuro avvalora questa affermazione".

I Life on stage!
[Sarta] "Abbiamo parlato finora dei nostri sforzi, da ragazzini, di scovare dischi di punk giapponese e di entrare in contatto con questa cultura a diecimila chilometri di distanza. Dopo un bel po’ in Giappone però ci siamo anche andati. Per esempio la scorsa estate. Il sei agosto siamo al Moonstep di Nakano, Tokyo, uno dei locali punk più attivi della città. Si festeggia il 25° anniversario di una band di amici, i Life. I Life sono una delle più longeve e stakanoviste  punk band di Tokyo. Si sono appunto formati nel 1991 e da allora suonano ininterrottamente, anche tre, quattro volte al mese nei locali punk della città. Il sound dei Life è quello del moderno crust giapponese, erede della lezione di Hideki Kawakami e dei Disclose: ritmi forsennati e chitarre perforanti, un disastro sonoro di dimensioni epiche".

[Stiopa] "Dicevamo che i Life si esibiscono quasi tutte le settimane a Tokyo, ma non sono gli unici a suonare così spesso. E’ una prassi diffusa tra i gruppi giapponesi. Perchè a Tokyo, una città di 13 milioni di abitanti, può capitare che in un banale lunedì sera o martedì sera ci siano anche due o tre concerti punk, per non parlare del week-end quando si è costretti a scegliere tra decine di possibilità. Selezionare accuratamente le serate per noi poveri occidentali è una necessità anche perché in Giappone il prezzo dei concerti è proibitivo: l’ingresso può costare anche 3000 yen (circa 30 euro). E parliamo dei concerti punk auto-organizzati dalle band, quelli che da noi costano dai 3 ai 5 auro".
[Valeria] "Sebbene le band giapponesi suonino davvero di frequente in locali a pochi passi uno dall’altro, è vero anche che i loro set non durano più di quindici minuti. Se ci distrae un attimo, magari per andarsi a prendere una birra si rischia, senza scherzare, di perdersi una band. Fatto sta, che in quei pochi minuti di esibizione i punk giapponesi danno tutto quello che hanno, suonano come se non avessero un’altra possibilità di farlo, come se la fine del mondo li aspettasse lì fuori dalla porta. I set delle band in Giappone sono solitamente un’esperienza travolgente, violenta, proprio in senso fisico: i volumi altissimi, i suoni laceranti, l’intensità della performance… In questo senso uno dei gruppi punk più crudeli che ci è capitato di vedere in Giappone sono stati gli Stagnation del cantante Azusa Miyazaki…"

Gli Stagnation sul palco del Nakano Moonstep di Tokyo
[Sarta] "Stasera – dicevamo - è un’occasione particolare: è il 25° anniversario dei Life di Tokyo. Ma altro che dieci minuti di concerto. Hiro, il cantante ci avverte che hanno in scaletta 56 pezzi che eseguiranno in circa tre ore di set. E mantengono quanto promesso senza concedere tregua al pubblico stipato nella stanza dalle pareti nere, perfettamente insonorizzata, del Nakano Moonstep. Si sa, i Giapponesi amano tutto ciò che è estremo, da una parte – i concerti di dieci minuti - e dall’altra – quelli da tre ore. Un concerto crust giapponese di tre ore risulta però un’esperienza sensoriale annichilente, dai risvolti mistici. All’ultimo pezzo, l’epica “The way of human existence” siamo ridotti in poltiglia…".

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...To be continued...